PELLE

Pubblicato: 07/01/2017 in emozioni

 “… Come piume già smesse. Come squame sparpagliate nel pavimento o timida neve appoggiata sulla nera terra. Sono i nostri vestiti stropicciati gettati distrattamente in ogni angolo della stanza. Non resta altro che la pelle, uniforme e liscia, a trattenerti nell’oscurità indecisa trafitta dai lampi che entrano dalla finestra e ne disegnano il profilo. Sensi sguinzagliati e liberi tra distese sconfinate di desiderio, per lasciarsi finalmente cadere in un vortice incosciente. Per concedersi di precipitare semplicemente godendo del volo. Non servono occhi. Solo mani, labbra e lingua. Per percorrere la ruvidità delle infinite eruzioni di pelle d’oca sospese nel silenzio della notte. Per assaggiarne l’aroma inebriante all’olfatto. Per berne l’essenza. Mentre una tempesta di emozioni mi cavalca disarcionando la ragione per appropriarsi di ogni singolo istinto. Le spalle sul pavimento, un brivido gelido lungo la schiena. Emozioni, come folate di pioggia, mi colpiscono il petto e la testa. Buio. Mani improvvise ti sfiorano inattese. Le senti. Le attendi. Le desideri. Preghi si soffermino più a lungo o, almeno, non tardino a ritornare. Sospiri leggeri galleggiano nella stanza, respiri, altri brividi. Tremi adesso, schiacciata sulle mattonelle fredde, immobile, arresa. In un’agonia di piacere. Ancora labbra. Calde e umide labbra danzano sul tuo corpo. Dal collo al ventre, nei lobi, tra le cosce, per poi soffermarsi a giocare con la turgidità dei tuoi capezzoli. Bollenti umori ti ricoprono in contrasto col duro gelo fermo sotto la schiena. Sudore. S’inarca ora il tuo corpo lucente, un lembo di lenzuolo aggrappato sembra non voler rinunciare al tuo seno. Proprio come me. Ti scosto una ciocca di capelli bagnati intrappolati nella piega delle labbra socchiuse per riprendermele. Il martellante rumore delle gocce di pioggia che sbattono contro il vetro sfida il silenzio. Insieme al rombo di un motore che si allontana veloce, come le cose più belle, fino ad apparire banale. Mani sempre più decise, più affamate ti avvinghiano. Ti stringono. Ti serrano. Ti trattengono forse per non lasciarti andare via. La lingua scivola sul tuo corpo proteso allo spasimo, cerca la tua bocca. La trova. Un istante prima di scivolare giù dove più l’attendi. Ansante. Fremente. La senti affondare nel lago buio del tuo desiderio. La senti farsi strada. Guizzare. Nuotare e annaspare dentro di te. Sempre più in profondità. La tua pelle trema scossa dalle onde di un invisibile mare in tempesta, vibra e s’infrange tra gli scogli del tuo orgasmo in un gemito. Le tue dita affondano tra i miei capelli, sento irrigidirsi ogni tuo singolo muscolo, tendi il collo in uno spasimo, in un brivido violento quanto sconosciuto e coli piacere mentre spruzzi di ogni colore brillano improvvisi nel nero dei tuoi occhi socchiusi. Poi rimane solo il rallentare lento dei nostri respiri, nell’insensata quiete dei nostri corpi vinti, spossati, sconfitti, che si arrendono cullandosi e consolandosi in quell’ultimo abbraccio che non cessa. Che si confonde col rumore in sottofondo della pioggia che insiste mentre fuori, proprio come le cose più belle, un altro rombo di motore passa veloce e se ne va.”

Al limite del mare

Pubblicato: 28/11/2015 in emozioni

Sono come l’ultima porzione di spiaggia prima del mare, costantemente in attesa di quell’onda che prima si concede e subito si ritrae. Sono quel pugno di sabbia umido del ricordo che lotta con i raggi del sole che vorrebbero farlo evaporare,  sono rena mai sommersa completamente come sarebbe nel suo più intimo desiderio. Sono ostinatamente in attesa di quell’alta marea che saprà annegarmi di piacere. E so che sarà così dolce morirvi da sopportarne il tempo che manca. E che mancherà.

SENZA VENTO

Pubblicato: 28/05/2012 in emozioni

Niente è più come prima. Anche il silenzio non è più lo stesso, è più forte ora, e anche insopportabilmente opprimente. Senza vento. Fuori si accendono, una dopo l’altra, le finestre lungo la strada interrompendo il buio della notte. Decine di allarmi gridano ad un cielo senza uccelli il loro spavento. I cani abbaiano quasi ululando il loro terrore. Il cuore corre ancora nel vano tentativo di fuggire alla paura. Non si ferma. La terra. Da sempre base di tutte le nostre sicurezze, da sempre certezza su cui costruire le nostre case, su cui imparare a camminare o poter correre, terra da coltivare. Da lavorare. Da ammirare. Quella stessa terra ora trema. Vacilla in contrasto con la sua stessa stabilità, oscilla tra il prima e il dopo, danza abbandonata tra le braccia di un ignoto cavaliere. Dal profondo di quella terra qualcosa, improvvisamente, ha spezzato un equilibrio. Ha lasciato partire una crepa che si allunga e, in un attimo, giunge in superficie come un serpente che dal sottosuolo cerchi rapidamente l’aria, prima di soffocare. E finalmente libera il suo urlo al cielo, fa tremare i muri, i vetri, il ferro, il suolo stesso in un rombo assordante che ti stai ancora chiedendo da dove provenga. In un boato sordo che vibra dal sottosuolo. Terra che sembra voler riprendersi quello che è suo. Quello che non meritiamo. E trema tutto. Trema tutto quello di cui eri sicuro, tremano i mobili in uno scricchiolio, ondeggiano i lampadari, tremano i vetri dei bicchieri in un tintinnio,  perfino il mare trema in quell’onda in più. In tutto quel vibrare i pensieri non sanno quale direzione imboccare, sbattono impauriti nelle pareti del cranio, senza sapere dove andare o cosa fare. Correre fuori in strada o rimanere immobili, come paralizzati, nella speranza che cessi in fretta. Gridare o strozzare in gola quell’urlo disperato. Salvare qualcuno o scappare prima possibile. Giungere le mani al cielo e pregare. Piangere o morire. Non ci resta altro che iniziare già a raccogliere le macerie dei nostri sogni.  Resta solo la polvere a galleggiare nell’aria. Una polvere lenta a posarsi. Fitta. E sai già che non sarà mai abbastanza per coprire il ricordo. L’eco di quella scossa che non smette di vibrare, come un pianto che singhiozza dentro un silenzio irreale. Senza vento.

NIENTE DI NUOVO

Pubblicato: 28/04/2012 in emozioni

Il tempo non si stanca mai di fuggire via per non tornare più, vanamente inseguito dai soliti desideri sospesi, e spesso io non so fare altro che starlo a guardare dalla banchina impolverata, ripensando a quello che sarebbe stato, mentre tento inutilmente di dipanare grovigli di se. Un cielo ingrato e vigliacco continua a nascondere le sue eterne promesse dietro coltri di nubi e di blu. Il vento sussurra il suo racconto tra i rami ai lati del viale che conduce ad un altro, immancabile, domani. C’è sempre gente intorno, chi se ne va per fare posto ad altri che arrivano, qualcuno senza lasciare neanche il profumo del ricordo altri che restano per quanto lontano abbiano deciso di andare. Nuovi germogli che spingono a terra foglie marce e rinsecchite, ma qualcuna che rimane ostinatamente aggrappata al suo ramo con un filo invisibile, nonostante sia morta, nonostante tutto. Oggi c’era il sole. Un sole caldo che ti accorgi di aver quasi scordato dall’ultima estate. Un sole in anticipo. Le donne ne approfittano subito, spolverano sorrisi dimenticati nell’armadio del cambio stagione e guizzano nei loro abiti leggeri svolazzanti, mostrando le gambe. Ritrovano colori sepolti sotto cumuli di grigio inverno che disgela. E si lasciano guardare sapendo di essere guardate.  L’erba splende di un nuovo verde finalmente dissetata dalle attese piogge. Voci gioiose di bambini rincorrono un pallone a perdifiato. I fiori si lasciano bere da api assetate e laboriose. I giorni si stirano e si allungano mangiando buio alla sera. Niente di nuovo qui. Niente che valga la pena. Lavorare, dormire, mangiare, bere, annoiarsi e nient’altro d’importante da fare. Schiacciare una mosca sul vetro illudendosi di stare meglio. Bere una birra. Ripensare a queste palpebre che, ininterrottamente, mi ricordano che alla fine non c’è nient’altro che il buio. Un buio dove la luce non torna più. Proprio come questo tempo che passa. E che non smettiamo di rincorrere con bagagli di sogni che troppo spesso non avremo occasione di scartare. Qualcuno diceva che ciò che conta non è tanto la realizzazione di un sogno ma l’aver sognato durante il cammino. Io penso che me ne starei qui seduto a godere anche senza averci tanto sperato. Anche senza aver atteso. Così.

ROMBO DI MOTORE

Pubblicato: 29/03/2012 in emozioni

Le tue mani assetate e curiose percorrono ogni curva del mio corpo. Ne sento il calore quando si fermano un breve istante a prendere fiato, la carezza leggera quando riprendono il loro frenetico vagare. Bevo il tuo profumo che sa di fiori. Che sa di primavera che mi esplode in testa. E mi ubriaco. Chiudo gli occhi e ascolto il canto del tuo respiro, rapido e gemente come vento che s’insinua tra le fronde del bosco. Scopro le tue labbra umide e morbide come fragole mature intinte nello zucchero. Le assaggio prima timidamente con tocchi fugaci, poi sempre più avidamente fino a morderle, fino a rendermi conto di non potervi rinunciare. Si schiudono piano quasi a lasciare entrare il mio desiderio, che non attende altro che annegare nel tuo piacere. Soffocare. Morire. Assaggio la tua pelle liscia, il contrasto turgido dei capezzoli duri sotto la lingua, instillo il miele che cola dalla tua crescente eccitazione. Il fioco baluginare delle candele proietta l’ombra dei nostri corpi sulle pareti della stanza, in un unico profilo che danza solitario sul muro. Jeff Buckley sembra cantare solo per noi, sottovoce, nell’illusione eterna di una vita senza fine. Rincorrendo l’ennesimo accordo di chitarra. Fuori il rombo lontano di un motore passa veloce, come le cose più belle, fino a sembrare banale. Ora il tuo corpo si inarca lucente di sudore, un lembo del lenzuolo sembra non voler rinunciare al tuo seno. Proprio come me. Scosto una ciocca di capelli bagnati intrappolati nella piega delle tue labbra socchiuse per riprenderle tra le mie. Ti trattengo con presa sicura nei fianchi per non lasciarti andare. Puoi muoverti, ondeggiare, vibrare ma non ti permetterò di andartene da me. Le tue mani spingono decise sul mio petto, le braccia si tendono allo spasimo. I sospiri hanno preso il posto dei respiri, in un groviglio disperato che litiga sospeso sopra il letto disfatto. La tua pelle scivola scossa dalle onde di un invisibile mare in tempesta, vibra e s’infrange tra gli scogli del tuo orgasmo in un ultimo disperato gemito. Che accompagna il mio in un brivido violento e sconosciuto. Poi, improvvisa, un’insensata quiete. Corpi vinti, sconfitti. Corpi arresi, sempre più immobili, che lasciano rallentare i battiti cullandosi e consolandosi in quell’ultimo abbraccio. Il calore evapora dall’intreccio ancora bollente, dalle lenzuola umide e galleggia verso il soffitto. Sono rimaste solo ombre di candela a danzare ancora contro un muro sulle note di Nightmares by the sea. Fuori, proprio come le cose più belle, un altro rombo di motore passa veloce e se ne va.

TI SCORDERO’

Pubblicato: 20/02/2012 in Uncategorized

Insegne al neon colorate, distorte dalla foschia, fuggono allo sguardo attraverso i finestrini appannati. Fuochi fatui che volteggiano smarriti nella notte. Dallo specchietto retrovisore le vedo scappare via lontano, ostinatamente in direzione opposta alla mia. Allo stesso modo, un giorno, anche io ti scorderò. Anche se adesso mi sembra impossibile. Come mozziconi di sigaretta e carte di caramella sul selciato della chiesa, gettati distrattamente alle spalle di vite che vanno troppo di fretta, così verrà il tempo in cui ti dimenticherò. Sarai alla stregua dell’ultimo goccio di vino lasciato sul fondo del bicchiere, troppo leggero per scorrere sul vetro inclinato in tempo per raggiungere la sete. Superfluo. Inutile. Solo da sciacquare via presto, come ogni altro residuo, che altrimenti indurisce. Incrosta. Un foglio di giornale stropicciato e unto che corre lungo le rotaie, rotola spinto dalla brezza del tempo fin dove immancabilmente scomparirà dalla memoria. Senza nessuno sguardo che abbia più voglia di leggerlo o ricordo che lo conservi. Semplicemente questo sarai quando riuscirò a scordarti. L’ultimo sacco nero sul fondo del cassonetto che non si intravede neanche quando si apre il coperchio e, per qualche istante, un raggio di sole si illude di illuminare quel buio stantio che puzza di marcio. Un solitario guanto di lana rossa sgualcito, appeso alla rete di recinzione della scuola da giorni, zuppo di pioggia. Catrame, alghe e lattine arrugginite portate sulla spiaggia dallo stesso mare che ora non riesce più a toccarle con le sue onde. O non vuole. Come non avrò più bisogno di te quando non abiterai più la mia memoria. Quando riuscirò a sfrattarti. A licenziarti da me. A cancellarti come un segno di gesso bianco dalla lavagna nera della mia vita. Come un file nel cestino svuotato dal computer. Nient’altro che questo sarai quando riuscirò a mandarti via. Ma intanto lascia che ti stringa forte, in questa stessa metà del letto, e che senta il tuo odore finché la notte ce lo concede. Prima che sia domani.

BAMBOLE DI PLASTICA

Pubblicato: 30/01/2012 in emozioni

Un altro giorno con questo buio che arriva di nuovo troppo presto, quasi in anticipo sulla sera, eternamente affamato spalanca le fauci e inghiotte impietoso quel che resta del giorno, sbavando umidità che cola sull’asfalto della strada dove, sempre più vanitose, si specchiano le mille luci colorate che aspettano sempre un altro Natale. Spaesato vago e barcollo inghiottito dalla nebbia che, sonnolenta, concede la sua gelida carezza alla terra nuda, un essere smarrito e bagnato alla deriva di questa città sempre più estranea, rasento le periferie della ragione e sguaino la spada contro il nulla decapitando i mostri delle infantili paure nascosti tra le ombre della foschia. Insieme ai rami secchi degli alberi protesi verso il cielo come dita di scheletri che pregano la notte. So benissimo che oltre il grigiore che mi opprime c’è comunque il sole, sopravvive ancora il blu del cielo, ma non ci credo. Non riesco a convincermi. Gocce di umidità colano dalla fronte al viso, come lacrime senza dolore. Va a finire che a forza di preoccuparci per il futuro ci si dimentica del presente. Continuando a concentrarci sul soffrire ci si scorda di saper vivere. Fino a poter solo morire. Siamo animali braccati da invisibili predatori, possiamo solo nasconderci o scappare senza aver chiaro un preciso dove. Strisciamo oltre ogni angolo rasentando i muri, guardiamo con indifferenza chiunque incroci il nostro vagare e lecchiamo resti ai bordi dei tombini, altro veleno che ci illudiamo possa nutrire l’anima. Intanto non cessano i fari delle auto che si rincorrono verso l’ignoto, sferzano il buio e feriscono gli occhi umidi. Non smettono i passi della gente lungo il marciapiede alla soglia delle vetrine che vomitano calore di plastica sulla notte gelida. Non trova pace la maratona della vita. Di cose da fare, carta lucida e scotch, scadenze, fiocchi luccicanti, borse ricolme e ritardi improrogabili. Senza partenze né traguardi, solo pura corsa dettata dall’ansia vana di non dover mai arrivare ultimi. Di non annaspare ancora nella nostra melma d’illusioni, di non dibattersi nel fango dei sogni per non sfogliare un altro mazzo di speranze marcite. Tra poco sarà di nuovo Natale in questo andirivieni di burattini col sorriso inciso sulla faccia, di marionette con la pancia piena e il vestitino teso fino a far quasi scoppiare i bottoncini, di androidi precipitati in un mondo ancora per un po’ meraviglioso. Fino a che l’idiozia di chi lo abita non riuscirà a distruggerlo. E poi, terminata la recita, si tornerà come sempre ubbidienti a dibattersi nella nostra pozzanghera tra melma e fango. Bambole di plastica gettate nelle sabbie mobili che sprofondano in abito di tulle, capelli cotonati e un bel sorriso indelebile stampato sotto il naso.